
Finestre sul male
” Pensai di ricostruire degli oggetti che fossero mutilati delle loro funzioni, oggetti che nella loro fisicità esprimessero una sottile inquietudine”
Cit. Tano Festa





Tomaini stigmatizza come, nella nostra società mediatizzata, l’apparenza vinca sulla realtà, rendendo la vita poco reale nel suo essere solo virtuale – fino ad un certo punto perché poi i drammi dell’esistenza “vera” sussistono – per cui si può dire che il nostro artista vede “la visione mediata Vs la visione vera”, per usare anche noi una delle sigle che stanno sostituendo la nostra lingua storicamente determinata.
Cit. Giorgio Bonomi

TANO FESTA E NICOLÒ TOMAINI: UN FECONDO CONFRONTO
di Giorgio Bonomi
Ad essere sinceri, spesso i curatori di mostre d’arte contemporanea danno delle giustificazioni, per le proprie scelte espositive, che possono risultare pretestuose e sforzate, finanche artificialmente motivate. A prima vista anche le ragioni di questa esposizione che vede un dialogo tra Tano Festa e Nicolò Tomaini potrebbero apparire speciose, ma così non è se quanto andiamo a scrivere è ragionevole e fondato.
Ci pare che l’elemento più evidente capace di far decollare il confronto tra i due artisti, assai distanti cronologicamente e, per molti versi, stilisticamente, consista nel fatto che entrambi si servono del prelievo di elementi di realtà per dare contenuti alle loro opere. Certamente in questo c’è l’eco dell’objet trouvé di Duchamp e Man Ray o, con qualche differenza, di Schwitters, i quali prendevano oggetti della quotidianità – come ora le persiane, le finestre, le porte di Festa o i vecchi quadri e gli elementi informatici di Tomaini – e con piccoli interventi, ed anche senza, li rendevano “opera”. A dire il vero, tutta l’arte figurativa, pittura e scultura, fino all’avvento dell’astrazione e del concettualismo estremo, voleva “riprodurre” la realtà o dare sembianze reali, concrete, a elementi ideali come, ad esempio, le divinità, ma appunto si trattava – e si tratta – di mimesi, di rappresentazione attraverso le modalità e gli strumenti propri dell’arte.
Tano Festa opera in un periodo in cui ancora il concettualismo radicale non aveva preso piede, così non può non essere “pittore tradizionale”, ma per il suo prelievo di realtà materiali, e di storia come vedremo qui appresso, “ricostruisce” l’oggetto quotidiano (raramente ha usato oggetti veri) e in questo si comporta come i pop artisti americani che non usavano oggetti reali ma il loro rifacimento.
Tomaini prende vecchi quadri, pezzi di cartoni d’imballaggio come elementi essenziali del suo lavoro che consiste nell’apporre sulle figurazioni elementi informatici, come la cancellazione dei pixel alle immagini computerizzate, o i residui degli imballaggi delle spedizioni delle multinazionali della logistica. Naturalmente questi sono elementi di “denuncia” del pericolo di “disumanizzazione” creata dalla tecnica, al di là dei grandi benefici che ha apportato all’uomo.
In più, proprio perché siamo nel campo dell’arte, che è anche visione e comunicazione, Tomaini stigmatizza come, nella nostra società mediatizzata, l’apparenza vinca sulla realtà, rendendo la vita poco reale nel suo essere solo virtuale – fino ad un certo punto perché poi i drammi dell’esistenza “vera” sussistono – per cui si può dire che il nostro artista vede “la visione mediata Vs la visione vera”, per usare anche noi una delle sigle che stanno sostituendo la nostra lingua storicamente determinata.
Si potrebbe sottolineare che stiamo vivendo in un periodo di notevole crisi per cui ci pare ancora valida quell’affermazione di Gramsci secondo la quale “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”[1].
Riguardo alla situazione storica l’operatività dei due artisti è completamente diversa: l’uno ha vissuto in un periodo “espansivo” in cui l’Italia, e non solo, correva verso il benessere e una sorta di “felicità” mentre l’altro vive in un momento recessivo e critico in cui il rischio della “catastrofe” – e lo diciamo senza “catastrofismo”! – è reale e non si intravedono tutti gli effetti benefici che le tecnologie potrebbero portare.
Un altro aspetto che, pur nelle differenze, mette a confronto i nostri due artisti è quello del “senso della storia” e specificatamente della storia dell’arte.
Così Festa può spaziare nel “prelevare” l’Obelisco di Piazza del Popolo a Roma o il Giudizio Universale di Michelangelo in Vaticano[2], mentre Tomaini “preleva” vecchi quadri, vecchie cornici: entrambi gli artisti, in questo modo, segnalano il loro essere nel grande fiume dell’arte che, come quello di Eraclito[3], scorre essendo e non essendo sempre lo stesso fiume[4].
Forse Festa sente più il “passato”, infatti, oltre alle opere appena citate, si sofferma su I 600 di Balaklava o sui ritratti di artisti storici, quali Monet, Modigliani, Munch eccetera. Invece Tomaini è più concentrato sul presente, ed entrambi sembra che non vedano il “futuro”.
La loro non è un’arte consolatoria, è senz’altro, soprattutto quella di Tomaini, di denuncia, ma questa non è “gridata”, non è ideologica bensì deriva dall’analisi: un’analisi della realtà che non può non porre problematicità e inquietudine. Sensazione, quest’ultima, che può cogliersi anche nelle atmosfere malinconiche di molte opere “metafisiche” di Festa, del resto la “beatitudine” degli anni ’60 trova la sua fine nei ’70 e negli’80, con il ’68 e il successivo terrorismo.
Vogliamo terminare queste brevi considerazioni su questo “duetto” ritornando al concetto di “oggetto”.
Nel 1966, in una lettera ad Arturo Schwarz[5], Festa dice: “[…] Pensai di ricostruire degli oggetti che fossero mutilati delle loro funzioni, oggetti che nella loro fisicità esprimessero una sottile inquietudine […]”, e poco più sopra aveva affermato: “[…] Pensai con malinconia che gli Arnolfini[6] sarebbero scomparsi molto prima del lampadario, che da tutta la scena sarebbero stati i primi ad uscire, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze. Questa intuizione della sopravvivenza dell’oggetto, della sua possibilità di essere protagonista, mi affascinò”; già qualche anno prima il compianto Giorgio De Marchis aveva parlato di “[…] minuzioso recupero di oggetti che non servono a niente, di oggetti che non funzionano, solo presenti continuamente alla vista nella vita quotidiana”[7].
Sebbene comprendiamo il pensiero di Festa, non possiamo esimerci dal notare che pure gli oggetti scompaiono, anche se, ma non sempre, dopo i loro possessori, ed è proprio la poesia[8], e l’arte in genere, che può dare immortalità alle persone e agli oggetti come avviene per i coniugi Arnolfini di cui ancora oggi ammiriamo sposi e lampada.
In un qualche modo anche Tomaini usa oggetti “inutili”. Giacché i quadri vecchi sono oggetti da rigattiere, i cartoni sono defunzionalizzati essendo solo simbolici, anche se essenziali non …ai trasporti bensì all’opera d’arte.
Così tra le opere e i giorni, nel fluire della pittura, nella grande catena dell’arte, ci siamo soffermati su due momenti, uno oramai storicizzato, l’altro in via di esserlo e che, da questo confronto, può trarre stimoli per i suoi ulteriori sviluppi.
[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi Editore, Torino 1975, p. 311.
[2] Le stesse finestre, persiane, porte hanno precedenti illustri – di cui probabilmente Festa era a conoscenza tramite Arturo Schwarz – nella Fresh Widow (1920/1961-1964), nella Porta: 11 rue Larrey (1927) e ne La Bagarre d’Austerlitz (1921) proprio di M. Duchamp che, comunque aveva scopi diversi.
[3] “Negli stessi fiumi <due volte> entriamo e non entriamo, siamo e non siamo”, Frammento 50, I presocratici, a cura di A. Pasquinelli, Einaudi Editore, Torino 1976, p.183.
[4] Nel nome il fiume è sempre lo stesso ma le sue acque sono sempre diverse.
[5] T. Festa, Lettera ad Arturo Schwarz, 1966, in Tano Festa, catalogo della mostra a cura di A. Bonito Oliva, ex Stabilimento Peroni, Roma 1988, Edizioni Electa, Milano 1988, p. 19.
[6] Festa aveva visto una riproduzione dell’opera di Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini del 1434, che poi “rifarà” nel 1976.
[7] G. De Marchis, 1963, in Tano Festa, cit., p. 20.
[8] Come dice U. Foscolo in Dei Sepolcri.